it's not the long walk home that will change this heart, but the welcome I receive with every start

lunedì 2 novembre 2009 | |

dicono che da un viaggio non si ritorna mai identici a quando si era partiti.
io dico che da un viaggio non si ritorna mai.
ma si riparte,
sempre.
non importa che il viaggiare sia dentro luoghi o persone. ci perdiamo lungo il tragitto, non torniamo mai o, quando succede, lo facciamo in solitaria e pensando che quel viaggio sarà l'ultimo.
a farci ricominciare è l'attrattiva di un nuovo inizio, di un'altra destinazione, di nuove persone che di noi non conoscono nulla. che ci chiedono solo il presente, senza ipoteche sul futuro o debiti nel passato.

nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 11 + 12: in cui sono nel paese delle creature selvagge

venerdì 30 ottobre 2009 | |









milano aiuta la freddezza, l'indifferenza, l'alienazione.
sono distante da tutti, sono lontana da me stessa.

max grida, tace, fissa il vuoto, corre, rompe, salta. lo fa. non sa perchè. morde. non sa perchè. scappa, da sè stesso.
e arriva nel paese delle creature selvagge dove i mostri non fanno facce tenere ma gli chiedono con occhi grandi e gesti cauti se sa curare la tristezza. (la tristezza si può curare? da dove viene la tristezza?). max è re delle creature selvagge e comincia il putiferio.
max grida, tace, fissa il vuoto, corre, dorme ammucchiato con i suoi mostri, sente il calore di uno spazio dove può essere se stesso senza limiti.
essere chi, max non lo sa ancora. non capisce perchè ha morso la mamma e non capisce perchè lei non comprende quel morso.
sa che a casa pezzi di lui non hanno spazio e non possono roar their terrible roars and gnash their terrible teeth and roll their terrible eyes and show their terrible claws. nel paese delle creature selvagge lui può essere ciò che vuole, ciò che non sa ancora di essere.
prova a costruire una casa. una casa gigante dove vivere da re con le sue creature, ma quelle creature sono complicate quanto lui. e lui una casa ce l'ha.
e allora torna.
e sorride perchè mamma non capisce (chi al mondo, poi, sa davvero capire gli altri?) ma accetta.

l'aria di milano è immobile.
e io sono max: urla che non posso urlare, denti che non posso digrignare, sogni che non posso fare, pareti che non posso scavalcare.
perchè evadere da ciò che è casa? perchè partire come max, o come chris, entrambi selvaggi (wild)?
ci sono - dentro tutti i bambini - urla soffocate, spazi incontrollati, reazioni sfuggenti e gesti incomprensibili. lacrime che esplodono sui sorrisi, sorrisi che risalgono i solchi lasciati dalle lacrime.
impariamo a controllarci, a uniformare le nostre reazioni, a moderare i toni.
soffochiamo tra le pareti di una casa che ci esige dentro le sue quattro mura.
fuori c'è il paese delle creature selvagge, dove non possiamo pretendere certezze sulla nostra identità, ma dove abbiamo il privilegio di viverla, quella identità, nelle sue mille sfumature (e paure).
ed è solo vivendola che la si può intuire. mai afferrare, mai controllare.
max scappa perchè ciò che lo protegge lo limita.
e torna perchè ciò che lo limita, una volta evaso, rimane una protezione che da lui non pretende più nulla.
partito per diventare il re delle creature selvagge, max impara a dominare il mondo da cui è scappato.
il significato più profondo, intimo e personale del viaggiare sta tutto in quella fuga disperata e in quel ritorno sereno.
a casa, a noi stessi.

everyone say I'm running away!

martedì 20 ottobre 2009 | |

And to all those people who say that, I have to say to you- you are right. Completely right. I am running away. I am trying to avoid life. I’m avoiding your life. I’m running away from your “real” world. Because, really, I am running towards everything- towards the world, new people, and my own idea of freedom.

In my country, you go to school, you get a job, you get married, buy a house, and have your 2.5 children. Society boxes you in and restricts your movements to their expectations. It’s like the matrix. And any deviation is considered abnormal and weird. People may want to travel, tell you they envy what you do, wish they could do the same thing but really, they don’t. They are simply fascinated by a lifestyle so outside the norm.

nomadicmatt.com


Tell me if you know my name,
whose face I wear, whose stored-up
anger fades to a tentative smile.

John Haines, Poem for the End of the Century

nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 10: in cui qualcosa di importante dovrà pur succedere

lunedì 19 ottobre 2009 | |



(e invece no).
alla decima settimana non succede nulla che non sia l'arrivo prematuro dell'inverno e la visione di un film che aumenta esponenzialmente il mio desiderio di partire.
ed eccoci ritornati alla solita manfrina, in cui lei si lamenta e ci strazia su quanto vorrebbe tornare in nuova zelanda.
e invece no.
cioè anche sì. ma oggi no.
oggi, cari lettori, vorrei andare in alaska.
l'alaska sta alla nuova zelanda come il giovedì sta al venerdì. insomma: l'alaska è la nuova nuova zelanda.
e perchè, diosanto, perchè una persona vorrebbe andare in alaska?
c'è questa sensazione che non ho mai provato rimanendo dentro ai confini dell'europa.
quest'impressione di essere minuscola, insignificante e persa dentro paesaggi incredibilmente più grandi di me.
di fronte al milford sound, così imponente e silenzioso, tra i promontori di fronte a picton e sulle coste infinite di kaikoura sentirsi piccoli e insignificanti non angoscia, non spaventa.
ridimensiona l'ego, cura il dolore, rimargina le ferite.
qui, invece, tutto è umano: l'asfalto, le strade, persino i grattacieli ci ricordano ogni giorno la nostra autoreferenziale presenza. siamo qui, con i nostri grigi e i nostri giganti problemi di esseri umani perennemente insoddisfatti.
ecco perchè alaska. per la presenza ingombrante, in questa città che chiamo casa, di pensieri senza vie di fuga.

and even now, I don't want to go

domenica 18 ottobre 2009 | |

il freddo arriva inaspettato di martedì pomeriggio, piomba su di me distaccato e gelido come le tue parole.
sarà un inverno lungo, fatto di traslochi da affrettare e case nuove da trovare.
di fronte a una distanza che si dilata, la tentazione è quella infantile di dare lo strappo finale. come per un cerotto che tira la pelle e punge, è meglio chiudere gli occhi, contare fino a tre, dare un colpo secco e il dolore sarà acuto, sì, ma solo per un breve momento.
poi arriveranno il freddo e l'intorpidimento, i sensi saranno offuscati dal gelo, e i ricordi.
la casa che chiamo casa ma che non ha nè muri nè tetto nè scale nè porte avrà una stanza in meno. tu che la abitavi, forse, te ne eri già andato da tempo.
l'altra casa - queste quattro mura, questa città - non è mai stata casa e nessuno dei miei traslochi verso altri luoghi è stato doloroso e difficile, complicato.
non ho interesse nè attaccamento per le cose che abitano la mia vita, ma per le persone.
non sento nostalgia quando sono lontana, e non vorrei rimanere quando sono vicina.
vorrei, questo sì, non dover lasciar andare gli altri.
ma anche questa crudeltà pare faccia parte della vita.

nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 9: in cui la libera professione è una giungla

domenica 11 ottobre 2009 | |

e allora welcome to the jungle?

le persone mi dicono che non sono aggressiva a sufficienza, e comincio a pensare che la tendenza a utilizzarmi come zerbino - nella vita privata, ma anche al lavoro ladies and gents! - sia una diretta conseguenza della mia carenza di anticorpi aggressivi.
così questa settimana l'ho spesa all'insegna dell'aggressività: mi sono fatta avanti, insomma.
ho sfidato il nubifragio di venerdì, per dire, e dopo 45 idilliaci minuti di corsa sotto la pioggia battente son tornata a casa vittoriosa. e inzuppata.
ho eliminato con garbo e discrezione un paio di persone dalla mia vita.
e mi sono persino trovata qualche lavoro di traduzione (gridiamo al miracolo).
ci sono diversi siti su internet che funzionano da forum/bacheche per l'incontro tra traduttori e aziende: domanda e offerta, sai no? quelle cose lì.
noi? ci siamo iscritte in massa. i più importanti (e affidabili) si direbbe siano elance, translatorscafè e proz. profilo personale? fatto. specializzazioni? fatte. tariffe? fatte, fatte. ora bisogna solo tirar fuori le unghie e aggiudicarsi progetti con il coltello da traduttrice tra i denti.
immagino che, in piccolo e a distanza, questa caccia al lavoro sia esattamente quello che succede in un qualsiasi ufficio: i colleghi sono nemici (o fantasmi), il capo uno stronzo inavvicinabile, i sottoposti (se esistono) schiavi o poco ci manca.
la carriera si fa sgomitando e puntando ai reni degli altri, senza relazioni decenti con i compagni di scrivania e con tanto (tanto, tanto) pelo sullo stomaco.
e allora cosa ci facevo io, ieri sera, a bermi uno spritz alle colonne di san lorenzo con giulia e federica, le mie colleghe?
lo vedi? sbagli tutto, di continuo.
io dopo una settimana all'insegna di mazzate sui denti travestite da suggerimenti amichevoli, una settimana con qualche (diciamo una) nota positiva e qualche (diciamo almeno quattro) nota negativa, mi sono già stufata di questa giungla del cazzo, dove devi fare lo scalpo a chi ti circonda per diventare qualcuno, per guadagnare soldi e far carriera.
ma chi se ne strafrega della carriera se poi ti rimane soltanto il vuoto pneumatico intorno? di quelli che ti tolgono il fiato e allora via con gli attacchi di panico e gli ansiolitici?
se giungla deve essere, allora che sia alaska.
come dici, in alaska non c'è la giungla?
vabbè, ci siamo capiti.

it's no secret, i know you've got other plans (that don't involve me)

martedì 6 ottobre 2009 | |

nell'orribile film che vediamo in anteprima in proiezione per la stampa, uno svogliatissimo colin firth chiede alla sua classe di studenti italiani se si sentono più italiani o europei.
io la nozione di patria non l'ho mai interiorizzata.
professor firth, c'è poco da fare: non conosco l'inno, non tifo per la nazionale ai mondiali di calcio e non sento nostalgia dei confini del bel paese quando sono all'estero.
sei fatta male, mi dice qualcuno.
l'italia è il più bel paese al mondo, mi dicono altri.
non ti è mancata la tua terra a undicimila kilometri di distanza, mi chiedono.
a me dell'italia in nuova zelanda mancavano tre cose: la mia famiglia, la ricotta e il prosciutto cotto.
se avessi vissuto là più a lungo mi sarei di certo abituata all'assenza di due di quelle tre cose.
e purtroppo si impara anche a fare a meno delle persone, per quanto la fitta allo stomaco sia oggettivamente più pungente della voglia di ricotta.
non so da dove venga questa mancanza di radicamento al territorio. se mi dicessero d'ora in avanti non potrai più rivedere milano non batterei ciglio. eppure ci sono nata e cresciuta.
a questi luoghi il mio cuore non è legato.
si lega alle persone.
ma in questo periodo non vedo posto per me, nelle vite degli altri. non un posto abbastanza spazioso per accoccolarmi, e rimanere.
così il piano A - lo stabilirmi qui e il perseguire con tutti gli sforzi e le rinunce del caso il mio sogno da traduttrice - perde senso, mentre aumentano la dimensione e il fascino del piano B.
il piano B non è ancora definito, ma includerebbe il viaggiare per almeno due anni.
si dice che chi viaggia vuole scappare da se stesso.
chi lo dice presuppone che, in qualche modo, l'essenza di una persona sia legata ai luoghi in cui è nata e cresciuta. e che quindi scappare da quei luoghi sia scappare da se stessi.
ma cosa succede se una persona non si sente particolarmente a casa, nei luoghi in cui è vissuta per gran parte della sua vita? o meglio, se quella persona vive la casa di cui tutti parlano come luogo del passato. non del presente, non del futuro?
un luogo che racchiude in sè pezzi di ciò che si era, ma non di ciò che si diventerà.
i miei luoghi mi rimandano un'immagine di me che non coincide più con ciò che sono. per questo ho bisogno di viaggiare: non per scappare ma per scoprire luoghi che mi raccontino, di me, cose che non so ancora.