nuova zelanda (in 4 mesi) - settimane 14+15: in cui non sono reale

domenica 22 novembre 2009 | |

venti giorni scivolano via rapidi tra articoli, starnuti altrui, interviste e curriculum.
i curriculum sono una costante degli ultimi 7 mesi: li scrivo, li aggiorno, li converto in pdf e li spedisco a decine, centinaia - quasi migliaia.
insieme a loro, le cover letter, in cui faccio la simpatica spigliata con autostima quanto basta e istinti imprenditoriali innati. ci chiamano imprenditori di noi stessi, siamo solo operai del pc con le pezze non al culo ma ai gomiti della giacca di velluto, che è più chic, come direbbe il mio capo.
il mio lavoro chic mi fa conoscere gente e fare cose e se decidessi di andarmene ora ci sarebbe già la fila di persone pronte a sostituirmi, anche gratis.
gratis è la nuova valuta del futuro.
- quindi da quello che ci dice la retribuzione è un fattore importante per lei, giusto?
- ...
colloqui così ne abbiamo fatti e ne continueremo a fare.
venti giorni spesi bene, ad ammazzarmi di lavoro prima di prendere un volo che porta in case altrui che estranee non sembrano.
estraneo mi sembra il resto. la mia vita,
lontana. irreale.
e anche intangibile.
almeno sugli aggettivi non lesiniamo.

nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 13: in cui due g. si raccontano

domenica 8 novembre 2009 | |

a pranzo g. ci racconta del colloquio di lavoro di martedì.
la Famosa Biglietteria Italiana cerca addetti alle casse per i principali teatri milanesi. bello!, diciamo noi. interessante sì, risponde lei. g. va al colloquio e torna abbattuta. la Famosa Biglietteria Italiana non offre un contratto qualunque, come g. pensava e sperava, ma qualcosa di molto, molto speciale:
un contratto a chiamata con massimo mezz'ora di preavviso (ho bisogno di te domenica alle nove di mattina? ti chiamo domenica alle otto e mezza), pagato il minimo, per cui, inoltre, g. sarebbe responsabile non solo dei soldi della cassa della biglietteria (leggi: ti mancano dei soldi, ci metti dei soldi tuoi), ma anche di portare l'incasso in banca finito il turno. turno che non sarebbe mai nello stesso teatro (troppo comodo) ma in qualsiasi location (oh, come ci piace l'inglese) su milano.
g., evidentemente, non accetterà.
il g. numero due sta per laurearsi in lingue, parla inglese, francese, tedesco dalle medie e se la cava con l'italiano. vuole specializzarsi in traduzione (come me! ma dai? ma sì!), eppure questa estate ha lavorato in un cantiere edile.
lo dice con le mani in tasca in mezzo a parco sempione, dopo avermi raccontato di quando lo pagavano per giocare a calcio o di quanto sia diverso lavorare in un ufficio pieno di tedeschi o pieno di francesi (lui preferisce i francesi). vorrebbe diventare traduttore, ma nel raccontarlo non intravedo, in lui, nè l'urgenza di raggiungere questo obiettivo, nè la paura nel caso non ci riuscisse.
è facile, ascoltando racconti come questi, farsi tentare dall'idea di fare i bagagli e partire. partire davvero, senza considerare famiglia, affetti o carriera.
alla fine, si riduce tutto a una sola (macabra) riflessione: cosa ci porteremo nella tomba quando moriremo?
non i soldi, non i riconoscimenti nè ciò che possediamo. probabilmente nemmeno l'amore degli altri o quello che agli altri diamo.
che senso ha pianificare la propria vita, prefiggersi degli obiettivi e tentare ad ogni costo di raggiungerli se moriremo comunque?
lo so, lo so, non è il discorso più piacevole del mondo. ma non è nemmeno triste, o angosciante.
se ci pensi bene, non è niente di tutto ciò: è soltanto rassicurante realizzare che ci viene affidata una sola vita, e con quella vita possiamo fare tutto quello che ci pare.
ho detto possiamo?
volevo dire dobbiamo.

it's not the long walk home that will change this heart, but the welcome I receive with every start

lunedì 2 novembre 2009 | |

dicono che da un viaggio non si ritorna mai identici a quando si era partiti.
io dico che da un viaggio non si ritorna mai.
ma si riparte,
sempre.
non importa che il viaggiare sia dentro luoghi o persone. ci perdiamo lungo il tragitto, non torniamo mai o, quando succede, lo facciamo in solitaria e pensando che quel viaggio sarà l'ultimo.
a farci ricominciare è l'attrattiva di un nuovo inizio, di un'altra destinazione, di nuove persone che di noi non conoscono nulla. che ci chiedono solo il presente, senza ipoteche sul futuro o debiti nel passato.

nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 11 + 12: in cui sono nel paese delle creature selvagge

venerdì 30 ottobre 2009 | |









milano aiuta la freddezza, l'indifferenza, l'alienazione.
sono distante da tutti, sono lontana da me stessa.

max grida, tace, fissa il vuoto, corre, rompe, salta. lo fa. non sa perchè. morde. non sa perchè. scappa, da sè stesso.
e arriva nel paese delle creature selvagge dove i mostri non fanno facce tenere ma gli chiedono con occhi grandi e gesti cauti se sa curare la tristezza. (la tristezza si può curare? da dove viene la tristezza?). max è re delle creature selvagge e comincia il putiferio.
max grida, tace, fissa il vuoto, corre, dorme ammucchiato con i suoi mostri, sente il calore di uno spazio dove può essere se stesso senza limiti.
essere chi, max non lo sa ancora. non capisce perchè ha morso la mamma e non capisce perchè lei non comprende quel morso.
sa che a casa pezzi di lui non hanno spazio e non possono roar their terrible roars and gnash their terrible teeth and roll their terrible eyes and show their terrible claws. nel paese delle creature selvagge lui può essere ciò che vuole, ciò che non sa ancora di essere.
prova a costruire una casa. una casa gigante dove vivere da re con le sue creature, ma quelle creature sono complicate quanto lui. e lui una casa ce l'ha.
e allora torna.
e sorride perchè mamma non capisce (chi al mondo, poi, sa davvero capire gli altri?) ma accetta.

l'aria di milano è immobile.
e io sono max: urla che non posso urlare, denti che non posso digrignare, sogni che non posso fare, pareti che non posso scavalcare.
perchè evadere da ciò che è casa? perchè partire come max, o come chris, entrambi selvaggi (wild)?
ci sono - dentro tutti i bambini - urla soffocate, spazi incontrollati, reazioni sfuggenti e gesti incomprensibili. lacrime che esplodono sui sorrisi, sorrisi che risalgono i solchi lasciati dalle lacrime.
impariamo a controllarci, a uniformare le nostre reazioni, a moderare i toni.
soffochiamo tra le pareti di una casa che ci esige dentro le sue quattro mura.
fuori c'è il paese delle creature selvagge, dove non possiamo pretendere certezze sulla nostra identità, ma dove abbiamo il privilegio di viverla, quella identità, nelle sue mille sfumature (e paure).
ed è solo vivendola che la si può intuire. mai afferrare, mai controllare.
max scappa perchè ciò che lo protegge lo limita.
e torna perchè ciò che lo limita, una volta evaso, rimane una protezione che da lui non pretende più nulla.
partito per diventare il re delle creature selvagge, max impara a dominare il mondo da cui è scappato.
il significato più profondo, intimo e personale del viaggiare sta tutto in quella fuga disperata e in quel ritorno sereno.
a casa, a noi stessi.

everyone say I'm running away!

martedì 20 ottobre 2009 | |

And to all those people who say that, I have to say to you- you are right. Completely right. I am running away. I am trying to avoid life. I’m avoiding your life. I’m running away from your “real” world. Because, really, I am running towards everything- towards the world, new people, and my own idea of freedom.

In my country, you go to school, you get a job, you get married, buy a house, and have your 2.5 children. Society boxes you in and restricts your movements to their expectations. It’s like the matrix. And any deviation is considered abnormal and weird. People may want to travel, tell you they envy what you do, wish they could do the same thing but really, they don’t. They are simply fascinated by a lifestyle so outside the norm.

nomadicmatt.com


Tell me if you know my name,
whose face I wear, whose stored-up
anger fades to a tentative smile.

John Haines, Poem for the End of the Century

nuova zelanda (in 4 mesi) - settimana 10: in cui qualcosa di importante dovrà pur succedere

lunedì 19 ottobre 2009 | |



(e invece no).
alla decima settimana non succede nulla che non sia l'arrivo prematuro dell'inverno e la visione di un film che aumenta esponenzialmente il mio desiderio di partire.
ed eccoci ritornati alla solita manfrina, in cui lei si lamenta e ci strazia su quanto vorrebbe tornare in nuova zelanda.
e invece no.
cioè anche sì. ma oggi no.
oggi, cari lettori, vorrei andare in alaska.
l'alaska sta alla nuova zelanda come il giovedì sta al venerdì. insomma: l'alaska è la nuova nuova zelanda.
e perchè, diosanto, perchè una persona vorrebbe andare in alaska?
c'è questa sensazione che non ho mai provato rimanendo dentro ai confini dell'europa.
quest'impressione di essere minuscola, insignificante e persa dentro paesaggi incredibilmente più grandi di me.
di fronte al milford sound, così imponente e silenzioso, tra i promontori di fronte a picton e sulle coste infinite di kaikoura sentirsi piccoli e insignificanti non angoscia, non spaventa.
ridimensiona l'ego, cura il dolore, rimargina le ferite.
qui, invece, tutto è umano: l'asfalto, le strade, persino i grattacieli ci ricordano ogni giorno la nostra autoreferenziale presenza. siamo qui, con i nostri grigi e i nostri giganti problemi di esseri umani perennemente insoddisfatti.
ecco perchè alaska. per la presenza ingombrante, in questa città che chiamo casa, di pensieri senza vie di fuga.

and even now, I don't want to go

domenica 18 ottobre 2009 | |

il freddo arriva inaspettato di martedì pomeriggio, piomba su di me distaccato e gelido come le tue parole.
sarà un inverno lungo, fatto di traslochi da affrettare e case nuove da trovare.
di fronte a una distanza che si dilata, la tentazione è quella infantile di dare lo strappo finale. come per un cerotto che tira la pelle e punge, è meglio chiudere gli occhi, contare fino a tre, dare un colpo secco e il dolore sarà acuto, sì, ma solo per un breve momento.
poi arriveranno il freddo e l'intorpidimento, i sensi saranno offuscati dal gelo, e i ricordi.
la casa che chiamo casa ma che non ha nè muri nè tetto nè scale nè porte avrà una stanza in meno. tu che la abitavi, forse, te ne eri già andato da tempo.
l'altra casa - queste quattro mura, questa città - non è mai stata casa e nessuno dei miei traslochi verso altri luoghi è stato doloroso e difficile, complicato.
non ho interesse nè attaccamento per le cose che abitano la mia vita, ma per le persone.
non sento nostalgia quando sono lontana, e non vorrei rimanere quando sono vicina.
vorrei, questo sì, non dover lasciar andare gli altri.
ma anche questa crudeltà pare faccia parte della vita.